Stazioni: Verona, Kassel, Trendelburg-Eberschütz, Vellmar

1.2.2 Emigrazione, lavoro in fabbrica, cucina tedesca, viaggi in Italia nelle ferie estive e lavoro in trasferta

 

Nel 1965, per poter ottenere un lavoro in Germania, venendo dal mio paese natio Civitella Casanova, mi sono dovuto presentare, come tutti gli altri aspiranti, al centro di reclutamento di Verona, per sottopormi come primo ostacolo a visita medica, ed in seguito presentarmi presso le ditte tedesche interessate ad assumermi, venute lì appositamente. La visita medica si svolse come quella di leva per poter essere ammessi al servizio militare. Lì a Verona stipulai il contratto di lavoro con la Henschel. Questa ditta mi impressionò per la quantità di sezioni in cui era suddivisa. La confrontai con la FIAT. Sperai di ottenere ottime possibilità di avanzamento di carriera che più in la si verificarono. Alcuni aspiranti furono esclusi per problemi di salute. Insieme ad altri compagni, provenienti anche loro dall’Abruzzo, con cui ci eravamo conosciuti in treno andando a Verona, accompagnati da un interprete della Henschel che ci consegnò 200 Marchi di anticipo, continuammo il viaggio in treno verso Kassel. Arrivati alla stazione ferroviaria (Hauptbahnhof) di Kassel ci condussero con un pulmino Volkswagen al nostro domicilio. Sulla sinistra della strada Sruthbachweg c’erano delle belle palazzine, che avevamo visto in un prospetto a Verona durante il reclutamento. Eravamo abbastanza contenti di venire accolti in un posto così bello. Le nostre valigie di cartone erano state allineate sul marciapiede, a fianco al pulmino, e noi aspettavamo per essere accompagnati al nostro appartamento. “No di quà, dall‘altra parte“ disse l’interprete. Il nostro alloggio era situato in una di tante baracche, dirimpetto a quelle in verde, riportate nel prospetto mostratoci a Verona. Una camera per quattro persone, una tavola, quattro sedie, quattro armadi. In ogni baracca c’erano tante camere. Servizi e cucina in comune. Lenzuola e coperte messe a disposizione. Lavaggio delle stesse e pulizie delle camere incluse. Era tutto pulito, ordinato e caldo Nelle aree aziendali della Henschel c’erano alcuni spacci. Per la prima colazione alla pausa delle nove, per la durata di quindici minuti, mi comperavo preferibilmente 125 grammi di un salamino rosso a forma di anello oppure un formaggino, un panino e una bottiglia grande di limonata dolce frizzante. Per pranzo si andava in mensa. Il pasto caldo più economico costava un Marco. Tutto era buono. Un po’ strano il condimento dolce dell’insalata che era una mezza specie di panna chiamata “Schmand“. Qualche sera di fine settimana ci siamo cotti degli spaghetti con un sugo a piacere. Le compere le facevamo nel lontano supermercato Kaufhof. Andavamo lì a piedi e ritornavamo con le mani piene di buste ripiene di viveri. A quei tempi non si vendevano a Kassel cibi italiani. Tra amici ci incontravamo spesso nel ristorante „Da Bruno“ in Kassel nella Königsplatz. Con noi veniva anche Toni, che successivamente prese la gestione del locale. Lì si mangiava bene e noi italiani ci sentivamo a casa nostra. Dopo tre mesi lasciai i miei conviventi della baracca e mi trasferii in una camera ammobiliata, presa in affitto, che condividevo temporaneamente con un altro italiano in attesa che si liberasse una camera singola per me. In ogni piano della palazzina, che ne aveva cinque, i servizi e la cucina erano comuni. Iniziai subito ad andare a lavorare in trasferta ed ebbi modo di gustare, nei vari ristoranti, delle specialità internazionali. Mi piaceva anche fumare e lo facevo dall’età di 13 anni, perché volevo seguire i più grandi che fumavano le Giubeck. Il caffè espresso lo bevevo anche volentieri dove ne trovavo uno ben fatto. In Germania era caro e non era buono, così continuai intensamente a degustare tutte le specialità e i superalcolici possibili. Ciò aumentò ancor più, perché la ditta mi mandava sempre più spesso in trasferta, preferibilmente all’estero, per la mia conoscenza di lingue straniere. In una sosta intermedia a Kassel nel 1969, durante un soggiorno prolungato di un anno e mezzo in Ispagna, conobbi la mia futura moglie in una sala da ballo. In uno dei nostri primi incontri, facemmo una gita in un pomeriggio domenicale e portò con se  una caffettiera thermos contenente caffè tedesco e crostata di mele, con sovrastante strato sottile di massa ricoperta con zucchero e cannella. Me ne offrì un bel pezzo. “Non mangio crostata” le dissi. "Ma questa l’ha fatta mia madre, io non so nè cucinare e nè cuocere le crostate,” mi rispose. Me ne mangiai alcuni bei tranci con grande appetito. Pensai comunque che lei avrebbe sicuramente imparato a cucinare in futuro, era logico che per la sua giovane età lasciasse fare tutto a sua madre. Comunque io avevo sempre osservato quello che faceva mia madre per poterne trarre utilità in caso di necessità. Andai ad abitare dai miei suoceri a Trendelburg Eberschütz. Ci sposammo nel 1970 e lì ho gustato tanti cibi prelibati nel corso degli anni. Come prima colazione c’era tutto quello che fa parte di una copiosa colazione alla tedesca. Per la pausa delle nove e di mezzogiorno mi portavo al lavoro doppie fette di pane imbottite e frutta fresca. Alla sera prendevamo un pasto caldo per cena, mentre nelle sere di fine settimana mangiavamo l’”Abendbrot”, così si chiama in Germania la cena fredda. Il pane occupa una funzione rilevante in questo tipo di cena molto comune. Già il nome “Brot”, che è il pane, rivela che in Germania se ne mangia abbastanza e volentieri. I fornai tedeschi mettono però tanto sale nel pane che viene preparato in tantissime variazioni. Ogni anno macellavamo un maiale in famiglia e lo preparavamo ricavandone tutte le specialità locali. Nelle feste di compleanno e ricorrenze varie, per merenda si serviva del caffè lungo, ma più forte di quello italiano, e tante torte preparate in casa nel modo tradizionale. La parentela ed i vicini invitati portavano con loro, come regalo supplementare, altre torte o crostate che venivano deposte affilate sulla tavola. Tanti dolci così non li avevo mai visti in Italia. Sei torte sulla tavola erano normali. Non potendo resistere per me era questione di onore provarne un trancio di ognuna. Nei viaggi verso l’Italia aspettavamo tutti con ansia il primo Motel dopo il Brennero per andare a prenderci il primo caffè espresso italiano. Nel Südtirol - Alto Adige ci trovavamo anche a nostro agio perché potevamo comunicare in tutte e due le lingue. Da Civitella ci riportavamo, tornando in Germania, tutte le specialità italiane possibili, fin quasi alla rottura delle assi delle ruote della macchina. La mozzarella fresca a quei tempi non si conservava a lungo e si doveva consumare entro tre giorni. Ci riportavamo il prosciutto, salamini vari, formaggio di pecora e parmigiano. La pasta nelle tante varietà ce la preparava accuratamente mia cugina nel suo emporio. Poi aggiungevamo le bottiglie di pomodoro che mia madre ci aveva conservato da tempo. I chicchi di caffè li andavo a prendere da un mio amico di infanzia che gestiva con successo il "Piccolo Bar“, dopo aver acquisito esperienze in un rinomato bar di Milano. Presso il suo predecessore avevo osservato come si preparava un buon cappuccino. Purtroppo uno così gustoso non lo si trovava per tanto tempo in Germania e non era possibile farlo in casa. Il caffè espresso in Germania lo facevano male nei locali. Anche nei bar gestiti dagli italiani non era così buono come quello che si faceva in Italia. Un giorno mio figlio minore andò a fare uno scambio internazionale di studenti in Italia e gli servirono per colazione un ottimo cappuccino fatto in casa, con un apposito apparecchietto che si azionava a mano e che generava una crema squisita. Ce ne siamo procurato uno e così potevamo farcelo anche noi in casa. L’espresso lo preparavamo con una Brikka della Bialetti che abbiamo trovato durante una vacanza in Calabria in un negozio di articoli da cucina. Una macchinetta che fa l’espresso così buono quasi come quello del bar. Possiede due guarnizioni e genera una pressione più elevata delle macchinette normali. La commessa ci disse però, al momento della vendita, che questa macchinetta in Italia non tanto andava, perchè la gente temeva che potesse scoppiare facilmente. Civitella Casanova è famosa perché i civitellesi sono stati i primi a fare gli arrosticini. I pezzettini di carne di pecora si infilzano accuratamente in degli spiedini ricavati a tempo utile dagli arbusti di ginestra. Gli arrosticini si deponevano a fila su una canaletta metallica contenente la brace sostenuta da quattro piedini. Per alimentare il fuoco della brace il rosticciere sventolava una paletta per spegnere eventuali sfiammate ed evitare che gli arrosticini si bruciassero, girandoli di continuo fino a cottura. L’odore degli arrosticini invadeva tutto il paese e la gente, che di domenica usciva dalla chiesa dopo la messa, si affrettava ad andare davanti alla macelleria per acquistare gli arrosticini e degustarli, bevendoci qualche bicchiere di vino e gassosa, nella vicina cantina del padre di un mio amico d’infanzia. Più in là li servivano anche a tavola nel locale “La Locanda“ ed ora si fanno in tutto l’Abruzzo. Per festeggiare le feste ci si ritrovava nel ristorante “La Bandiera”. Durante i miei viaggi per lavoro, come accennato, ho avuto occasione di conoscere ed apprezzare alcune specialità internazionali. In Spagna mi piaceva l’usanza di mangiare l’insalata come primo piatto. Poi veniva servita la tortiglia (la frittata) oppure la paella di riso e carne o pesce e poi alla fine un “sol y sombra” come digestivo. Mi impressionò a Madrid la pietanza „Pollo a l’ahillo“ con una enorme quantità di spicchi di aglio. Tanto aglio così non lo avevo mai visto prima su un piatto.

In Svezia mi piacevano le patate che venivano mangiate con la buccia. In Venezuela, il personale dell’albergo di Valencia dove alloggiavo, mi portò un grande vassoio pieno di frutta fresca tropicale per darmi il benvenuto. Uno spettacolo impressionante a vedere questa bella frutta. Nella mensa aziendale dove mi trovavo per lavoro, al posto delle patate servivano la yuca e mi è piaciuta molto. In autostrada ho potuto vedere camioncini pieni di banane giganti (Platanos). Esse si potevano gustare solo fritte. Ho avuto anche possibilità di andare a visitare mio fratello e famiglia. A casa loro ci facevamo per colazione dei frullati di frutta fresca e poi arepa (gnocchi grandi di farina di mais) e fagioli neri. Presso i miei amici di infanzia che vivono a Caracas ci siamo goduti una bella macedonia di mango. In un ristorante a San Fernando de Apure ci servirono un bel piatto di pesce (mero) diliscato a tavola. Ho osservato attentamente come operava il cameriere per poter applicare personalmente la sua tecnica in un’altra occasione. Tutte le esperienze che ho sopra descritto non mi pento di averle acquisite. Purtroppo devo decidermi ora. Che cosa continuo a fare. Cosa sono costretto a lasciar perdere. Cosa dovrò modificare nel senso giusto. Ora debbo analizzare il tutto indirizzando nel senso giusto le tradizioni tramandatemi e le esperienze acquisite. Sarebbe bello poter continuare spensierati così  per il resto della mia vita. I limiti ci vengono segnalati, se per esempio il peso si muove nel senso non desiderato o se si incomincia a sentire i primi malanni. Purtroppo me ne sono accorto in tempo che devo modificare qualcosa a causa di circostanze che menzionerò nel prossimo capitolo. Debbo porre le priorità giuste e incrementare l’assunzione di cibi per me più adatti e nello stesso tempo più gustosi degli altri. In seguito a ricerche intensive della durata di un anno, riesco ad identificare i cibi per me meno adatti. Più riesco a tenerli lontano da me e più spero di potermi godere la vita senza dover soffrire inutilmente durante l’ultimo quarto di vita che mi resta, sperando di poter mantenere la mia autodeterminazione il più a lungo possibile.

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